Wanna: la banalità del male

foto dal web

La gente si indigna, specie sui social, perché Netflix ha dato spazio a un’imbonitrice della peggio specie e alla sua ancor più diabolica figlia. Invece, Wanna è una docuserie che va vista, senza “se” e senza “ma”.

Wanna Marchi, di Castel del Guelfo (BO), classe 1942, quinta elementare. Si è presentata così al processo che, nel 2006, la vedeva imputata per truffa. Una che, forte anche della sua audacia ed esuberanza tutta emiliana, era partita da una famiglia di contadini, passando per il trucco sui cadaveri a quello sui vivi, arrivando a diventare colei che, in tv (dal 1978), ti vendeva “lo scioglipancia”, ma che avrebbe potuto vendere anche il ghiaccio agli eschimesi, come si suol dire.

Il suo successo inarrestabile con le televendite urlate e pittoresche di prodotti di bellezza e dimagranti (o presunti tali), il salto ulteriore con l’apertura dei negozi con il suo nome sull’insegna e le ospitate nelle tv che contano (e persino un’orrida pseudo-canzone, D’accordo, che nel titolo aveva il suo mantra). Tutto negli sfavillanti anni 80.

La bancarotta a inizio anni 90, un accenno di baratro e una palla al balzo da cogliere poco dopo: l’ingaggio del cosiddetto “Maestro di vita” Mario Pacheco Do Nascimiento, ex cameriere brasiliano con la passione per la magia “terapeutica” e i numeri vincenti (o presunti tali). Nuova carriera, per Wanna e la figlia Stefania Nobile, non più semplice centralinista o aiuto-ombra della mamma, ma co-protagonista di una macchina da soldi fatta ancora più sul niente. Se prima le creme dimagranti erano solo fuffa, i numeri vincenti e le “divinazioni” di Do Nascimento (diventato poi amico intimo della Nobile) sono una macchina per far soldi a palate, sulla pelle di gente credulona o, forse, semplicemente in cerca di situazioni di vita migliori. Un amuleto, il sale che si scioglie e tanti strumenti per truffare la gente, fino a minacciarla.

Wanna è tutto questo.

Da imbonitrici a ricattatrici, queste due donne senza scrupoli, presenti anche a parlare nella docuserie.

Perché guardare Wanna?

Un prodotto di Netflix in quattro parti, Wanna, che racconta i fasti e la discesa di Wanna e Stefania, con annessi personaggi ambigui, presunti camorristi, vittime testimoni e anche i pareri di altri imbonitori, come Joe Denti e Roberto Da Crema (il baffo che urlava con annesso enfisema), così come i racconti di Stefano Zurlo (giornalista che ha seguito tutta la vicenda) e di Jimmy Ghione, inviato di Striscia La notizia (che per primo ha smascherato le truffe del mefistofelico terzetto).

Questa docuserie va assolutamente guardata, non solo per i fatti ben narrati, ma per quello che davvero mostra: due donne senza alcun pentimento per quello che hanno fatto, prive di qualsiasi empatia con le vittime delle loro truffe e persino altezzose in atteggiamenti da dive. Non serve per dar loro visibilità, come tanti credono, ma per far conoscere al mondo intero (tanto farà il giro del mondo, come è accaduto per la storia terribile del britannico Jimmy Savile) quanto siano infime queste due. Il non voler guardare Wanna, a pensarci, è solo il non scegliere di specchiarsi in ciò che si è: un popolo, quello italiano, pronto a seguire chi sbraita e promette cose, in nome di una malcelata banalità del male.

Basti pensare chi abbiamo in politica. Tanti Wanna Marchi.

Ma poi…siamo sicuri che tutto questo discorso non riguardi solo gli italiani, ma l’umanità intera, priva di un serio libero arbitrio e pronta a credere ai cialtroni?

Un pensiero riguardo “Wanna: la banalità del male

  1. Personalmente scelgo di non guardarlo perché non credo che riveli elementi inediti aggiungendo qualcosa a una storia piuttosto squallida. Le ho viste entrambe in più interviste (la madre addirittura dalla Leosini) e non hanno mai ravvisato alcun pentimento, semmai si professano vittime di un complotto che ha addebitato più colpe di quelle da loro stesse riconosciute e il disprezzo che mostrano nei confronti delle vittime (tutte bugiarde o co*lione) è a dir poco disgustoso. Non è una questione di “scegliere di non specchiarmi”, ma di non spendere tempo in una faccenda su cui a mio avviso non c’è più tanto da dire.

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