“Kai, l’autostoppista con l’accetta” ci dice tante cose sugli statunitensi

Un documentario di Netflix racconta una storia incredibile: quella di un ragazzo passato da “eroe” a killer senza che nessuno si sia accorto della sua vera e fragile natura

Una strana storia tutta made in Usa

Nel 2013 un ragazzo canadese, Caleb McGillvary, detto Kai, si trova in California nel suo perenne viaggiare da spirito libero: zaino e sacco a pelo sulle spalle, bandana sulla testa,capelli lunghi spettinati e i suoi poco più di vent’anni da senza fissa dimora e facendo l’autostop. Una sorta di hippie fuori tempo massimo, che predica la bontà e la mette in atto, salvando delle persone da un pazzo che voleva investirle e che gli aveva dato un passaggio. Come le ha salvate? Colpendo l’uomo con un’accetta, sulla testa, senza ucciderlo e dichiarandolo davanti a una telecamera. Il filmato di questa testimonianza diventa virale e per Kai inizia qualcosa di inaspettato.

Questo ragazzo stralunato colpisce l’attenzione del web e dei media, che si incuriosiscono e decidono di elevarlo a eroe, pronti a costruirgli una fama intorno, ospitandolo in programma tv e in rete per creare “il personaggio”. Solo che Kai si comporta in modo strano: urina dove gli capita, inveisce, diventa aggressivo di colpo, delira, farfuglia. Una persona ingestibile e per chi vuole capitalizzare su di lui diventa un problema. E poi…nel tempo l’eroe si rende protagonista di un delitto e diventa “l’assassino” che fa estremo ribrezzo.

Cosa c’è dietro tutto questo?

Il documentario pone al centro la storia di Kai, soprattutto attraverso i numerosi filmati, e ospita giornalisti e conduttori tv che volevano trasformarlo in una celebrità. Viene anche intervistata sua madre, la quale, con totale assenza di empatia, racconta la vita di questo giovane un po’ strano, senza rendersi davvero conto della fragilità mentale con cui è venuto su. Guardando questa donna, i conti tornano. Quello di Caleb è un grave disturbo della personalità su cui nessuno si è davvero focalizzato. Un individuo senza vero controllo andava analizzato e non lasciato a se stesso “per farci il fenomeno”.

Quello che sconcerta e che questo bellissimo documentario riesce sapientemente a mostrare è che non ci si sia concentrati sul fatto che Kai usasse l’accetta come, non so, un fazzoletto di carta, e parlasse di reazioni violente e punitive come se nulla fosse. Chi è che va in giro con un’accetta? Ma dai!

Gli statunitensi e la loro solita sete di profitto dal nulla

Kai, l’autostoppista con l’accetta è davvero un compendio di quanto gli statunitensi abbiano spesso una logica malsana, se non malata, del dover cercare sempre “il genio”, “la cosa geniale”, “quel quid” sui cui poter investire, far soldi, passare dal niente al tutto. Del resto, sono il Paese della narrazione del garage, vera o presunta, da cui sarebbero partiti i vari Steve Jobs, Jeff Bezos e tanti altri milionari nati dal nulla. Quella logica del self made man che ha infettato l’Occidente e poi l’Oriente, arrivando fino al mondo intero e globalizzato e che, accecata dal Dio Denaro, non ha visto chi fosse davvero Kai. Nel bene e, soprattutto, nel male. Da notare che il diretto interessato si è anche scagliato contro Netflix, pretendendo riconoscimento in denaro.

Ah, il denaro piace anche a uno spirito libero e hippie post-datato come Kai (che ora si trova in carcere)

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