Con “Dahmer” nessuno entri in empatia, per favore

Una serie della scuderia di Ryan Murphy (e si vede) che ti fa entrare in empatia con essa, ma, per fortuna, non col personaggio

Una serie Netflix capace di far grossi numeri, come Stranger Things o come Squid Game. Solo che queste ultime due trattano situazioni di pura invenzione. La serie su Jeff Dahmer, invece, parla di qualcosa che, purtroppo, è successo davvero. Era il 1991, avevo 11 anni e assistevo ai tg in cui si parlava della cattura del cosiddetto “Mostro di Milwaukee”, che uccideva giovani uomini e ne mangiava alcune parti. Idem per quanto riguardava il processo e la sua uccisione in carcere nel 1994. Non dimenticherò mai l’indignazione e il disgusto per le azioni terribili di questo giovane di bell’aspetto e dall’aria mite. Non era Hannibal Lecter, altro personaggio di fantasia, ma un cannibale vero.

Dopo aver visto per anni documentari e film vari dedicati a questo allucinante serial killer, attendevo impaziente questa serie, che non mi ha affatto delusa. 10 episodi per quasi dieci ore, non proprio una serie da binge watching, anche perché, per la sua lentezza, era impossibile guardare un episodio dietro l’altro. Ogni puntata, insomma, andava assorbita lentamente, capita, analizzata, fino a farsi trascinare dalla estrema bravura di Evan Peters, nella parte di Dahmer. Una serie assolutamente fedele ai fatti, con alcune eccezioni e situazioni modificate, per semplificate esigenze di copione.

Fortunatamente, ne emerge un personaggio con cui non si può né deve entrare in empatia: perverso, malato, folle e persino razzista, perché tanto nessuno dava retta alle minoranze, se in difficoltà, mentre lui la passava costantemente liscia. Ma, se si vuole credere al karma, i nodi vengono al pettine e, almeno, questo serial killer è stato smascherato e arrestato. Inoltre, la comunità LGBTQ+ ha fatto benissimo a chiedere di rimuovere il tag di Netflix riferito a loro. Non è un racconto, questo, su un ragazzo che fa i conti con la sua omosessualità e non sa accettarla come vorrebbe, ma è la storia di una persona malata, non solo per colpa di una famiglia disfunzionale: Jeff Dahmer era nato così. Punto. Forse a causa del talidomide assunto in gravidanza dalla mamma? Del resto, c’è stata una forte correlazione tra l’assunzione di talidomide e la nascita di bambini con problemi, tra gli anni 50 e 60 e Dahmer era del 1960. Tutto torna.

Che Netflix racconti un fatto vero in una serie, non significa che ciò che racconta sia qualcosa con cui entrare in sintonia o, addirittura in empatia. Non si può provare qualcosa di positivo per chi ha ucciso e fatto cose aberranti. Che colpa avrebbe Netflix se racconta semplicemente una storia tratta da un fatto vero? Possibile che tanta gente non sappia conoscere i propri limiti né portare rispetto alle vittime di un assassino e non idolatrando quest’ultimo?

Perché, quindi, le challenge su Tik Tok su chi trova per primo le polaroid scattate da Dahmer alle vittime o l’intenzione di “mascherarsi” da lui ad Halloween? Colpa dei giovani? Colpa di Netflix?

No, colpa dell’umanità, sempre più assuefatta al male o, meglio, anestetizzata.

Nessuno entri in empatia con questa serie né con il personaggio che viene narrato.

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