“Tutto chiede salvezza”: cosa funziona e cosa no?

Una serie tutta italiana, Tutto chiede salvezza (su Netflix), ispirata a un libro che, a sua volta, è ispirato a una storia vera. Un racconto su un argomento così troppo tabù, eppure così tanto presente tra le persone: le malattie mentali. Funziona bene o quasi.

Non starò qui a recensire questa serie, perché lo staranno facendo in tanti. Cioè, penso sempre che recensire possa comunque avere mille sfaccettature e, quindi, sì, recensisco. Ma ho intenzione di far un bel pro e contro di questa serie, che funziona bene, ma non al 100%.

Non ci saranno spoiler, giusto qualche vago riferimento

I pro della serie:

  1. La recitazione

Questa serie è recitata benissimo, a partire dalla magistrale prova di Federico Cesari, classe 1997, entrato benissimo nella parte di un ragazzo che finisce in ospedale per un TSO dopo un brutto episodio di cui si è reso protagonista, ma che lui non ricorda.

Eccellenti Lorenzo Renzi (nei panni di Giorgio), Andrea Pennacchi (nei panni del professore Mario), ma, soprattutto, Ricky Memphis, nei panni di un O.S.S. (operatore socio-sanitario, un gradino sotto gli infermieri) non sempre professionale, razzista e poco fine. Bravissimo anche Vincenzo Nemolato nei panni di Madonnina.

2. Le location

Roma (soprattutto Il Kursaal di Ostia) e Anzio, con tanto di verde e vista mare.

3. La tematica

Affrontare un tematica come quella delle malattie e disagi mentali non è da tutti i giorni e, soprattutto, si affronta il tutto senza superficialità, nonostante un po’ di leggerezza (che ci sta tutta)

I contro della serie

  1. Il politicamente corretto tipico di Netflix

Inserire la figura di Gianluca (Vincenzo Crea), ragazzo omosessuale bipolare non accettato dal padre generale dell’Esercito, è controproducente perché risulta macchiettistica. Se vuoi inserire un personaggio gay, non deve per forza avere movenze effeminate o gusti da donna. Poi c’è la O.S.S. di origine africana (Netflix non ha esagerato come per il duca afro di Bridgerton; ci sta che ci sia una ragazza di origine africana che lavori in un ospedale, cioè l’attrice Flaure B.B. Kabore), cosa meno realistica, semplicemente perché spesso le O.S.S straniere provengono dall’Est Europa (soprattutto Romania).

2. La storia con Nina

La componente “troppo italiana” (cit. Boris) è il personaggio di Nina (Fotinì Peluso) e la situazione sentimentale che si viene a creare, da film borghesuccio alla Muccino. Soprattutto nella la parte finale, davvero romanzata e troppo sbrigativa.

3. Il parlare spesso sussurrato e biascicato

Anche questa componente è “troppo italiana” e poi, e lo dico da romana da adozione da tanti anni, il parlare romanesco biascicato funziona solo se sei Zerocalcare. Altrimenti irrita e basta.

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