Il musicista e produttore Ombre Cinesi, con il cuore nel passato e lo sguardo nel futuro. Intervista

Donato Maiuri, alias Ombre Cinesi

Viene da Taranto, città in cui vive e in cui ha contribuito a creare un nuovo scenario musicale e culturale. Musicista e produttore musicale, Donato Maiuri, alias Ombre Cinesi, ci parla del suo amore per la musica, delle sue influenze sonore, di cosa muove i suoi progetti e di come ami guardare al futuro, senza dimenticare la sua passione per certe atmosfere del passato. Ecco un’intervista che scalderà il tuo animo.

Ombre Cinesi, alias Donato Maiuri, classe 1991, tarantino e musicista partito da ciò che lo emozionava di più (la musica new wave e l’indie, per esempio) fino a crearle lui, le emozioni, attraverso un lungo percorso musicale. Perché il tuo progetto più recente si chiama Ombre Cinesi? Da cosa nasce l’idea di chiamarlo così?

Esatto, Francesca, tu ricordi bene i miei trascorsi come Extrema Ratio, ad esempio. Poi periodi in cui ho sperimentato tanto, facendo prima delle selezioni musicali con un ipad davanti a un migliaio di persone e poi laureandomi in produzione musicale. Fino ad arrivare ad Ombre Cinesi, in cui Donato è sempre lo stesso, ma canta e scrive in italiano. Ombre Cinesi doveva essere prima Vienna (nome che ho poi “regalato” ad un’artista che sto producendo, bravissima e di cui sentirete parlare) e poi Algida. Ad un certo punto mi sono accorto che riportava sempre ai gelati, era evidentemente pieno luglio. Un brano di Gazzelle alla radio mi ha poi suggerito il nome.

I tuoi brani più recenti, Michael Jackson, E se domani finisse tutto, e, soprattutto, Labello Blu, sono profondamente maturi e volgono a un’introspezione che, però, non è mai fine a se stessa, se si pensa comunque alla tua passione per suoni che rimandano all’elettronica. Credi che questo tuo percorso sia arrivato a un punto di arrivo o, al contrario, stai partendo da qualcosa che hai intenzione di sviluppare in futuro?

Sono felice se riesco a trasmettere introspezione, sono costantemente a guardarmi al microscopio per comprendere cosa migliorare di me dal punto di vista artistico e soprattutto umano. E questo viaggio lo faccio identico nelle mie emozioni, che poi metto in musica. Credo sia un punto di partenza verso l’ignoto: in tutti i generi musicali riesco sempre a notare “bellezza” e questa mi affascina, la studio, mi prende. Ho un debole per i suoni elettronici, ma spesso amo arpeggiare con la mia chitarra elettrica (che è comunque il primo amore); mi piace “spaccare” la voce nei ritornelli, ma mi affascina la musica parlata. Penso che la costante sarà sempre la sopraccitata ricerca della bellezza.

Post Coito(2019)

Parliamo anche di Post Coito(2019), un disco che si radica nell’attuale indie italiano, suonando, però, diverso e mai simile a tanti prodotti che girano nel vasto meandro della scena indipendente nostrana( che talvolta boccheggia; ammettiamolo). Questo perché nel suono che caratterizza l’album c’è quella tua passione per certe sonorità che rimandano agli anni ’80 (anche fine ’70, a dire il vero), senza mai, però utilizzarla come nostalgia (essendo un periodo che non hai vissuto), ma come ispirazione che parte da dentro di te e ti rende autentico. Stesso discorso posso farlo per il precedente Via Lombardia, 24 (2017). Ho colto questa cosa? Spiegaci meglio ciò che ti ispira quando componi i tuoi brani.

È qualcosa che sento dentro, giusto. Più che una nostalgia è un gusto. Mia madre è sempre stata una donna indipendente e in carriera, per questo non aveva mai un attimo per soffermarsi sui titoli delle song ‘80… Ma quando passava un pezzo in radio di suo gusto, alzava davvero tanto il volume esclamando qualcosa come “bellissima, bellissima!”(con vera enfasi). Io, dopo anni, ho riscoperto i titoli di quei brani, uno di questi era ad esempio Doot Doot dei Freur (poi il frontman degli Underworld, che adoro anche). I miei ascolti hanno continuato sempre ad evolvere, poi, fino a ritrovarmi negli arpeggiatori dell’indie francese. È quel suono sospeso in aria di alcuni synth che mi attraversa dentro e di cui credo non potrò fare a meno. Ma resto un grande amante anche delle ritmiche più secche o del dark. L’ispirazione in Via Lombardia, 24 è stata giocare con la mia voce, buttare fuori la mia voglia di prendermi quei palchi. In Post Coito è successo qualcosa di diverso. Con Domenica Pomeriggio ad esempio: arrivai in studio, poggiai le mani sulla tastiera e tutto andò naturalmente, senza che neanche ci pensassi. Più mi piaceva l’armonia che mi veniva fuori e più uscivano le parole che avevo dentro.

Via Lombardia, 24 (2017)

Oltre ai dischi, hai dato vita a brani in cui la sperimentazione la fa da padrone: Pa papiapupà(che sembra uscita dal 1981 ma allo stesso tempo no e la amo tantissimo) e Tanto lo so che te ne andrai pescano da quel tuo imprinting emozionale degli anni 80, ma Summer Card e Resta con me a Natale guardano ai tempi di oggi al 100%. In quali delle due “tendenze” tu ti riconosci per eventuali lavori futuri?

Esatto, sono dei brani che in qualche modo hanno fatto da ponte tra i miei album. Credo che tutti questi brani abbiano in comune la mia scrittura, anche se cambiano le sonorità. Penso siano identificabili nel mio progetto e che il futuro mi riserverà sempre alcuni brani più elettronici e altri più pop, nel senso “suonato” del termine.

Ti seguo da tanti anni, fin da quando avevi la Extrema Ratio Band, che guardava alla new wave, soprattutto al synth e ai new romantics, ma che già smaniava di curiosità per i suoni dei giorni nostri. E poi c’è stato DoMa, progetto solista intimista. Che cosa ti è rimasto di questo tuo passato musicale?

Di certo mi è rimasta Siberia, la cover di Diaframma che continuo a fare nei concerti! Scherzi a parte, adesso, guardando indietro, sembra tutto un percorso scritto e fa una certa impressione pensarci. Oggi so suonare le tastiere e programmare i synth grazie ad Extrema Ratio. Credo di conoscere abbastanza bene le strutture dei brani grazie a DoMa. Dai Bauhaus e Duran Duran, a Trentemøller, fino ad Ombre Cinesi. 

Tu sei nato e cresciuto a Taranto, città in cui vivi e a cui sei legato, soprattutto da quando sei riuscito a far emergere il suo potenziale musicale e dopo aver affrontato un’iniziale timidezza culturale, tipica della provincia italiana. Hai creato una casa discografica (Fragola dischi), prodotto cantanti e band emergenti, partecipato al concerto del 1 maggio a Taranto e creato degli eventi musicali. La tua veste di produttore è qualcosa che ti sta dando soddisfazioni e vuoi proseguirla oppure credi che sia meglio, per te, proseguire concentrandoti quasi esclusivamente sui tuoi progetti musicali?

È stata una vera fortuna riuscire a creare qualcosa qui. Ci sono tanti progetti che credo abbiano preso fiducia dopo il 2015 (anno in cui ho messo su tutto questo): adesso vedo finalmente fiorire festival o locali di musica live. È stata come una catena, come delle sinergie inconsapevoli: quando vidi il 1° maggio tarantino nella prima edizione, capii subito che stava cambiando tutto. E dopo la mia etichetta, festival nazionali e internazionali che nascevano, adesso -come dicevo- ci sono anche locali interamente di musica dal vivo. Come se ci fosse un accordo inconsapevole tra gli attori della scena tarantina per fare tutto questo. Il ruolo da producer è qualcosa che non mollerò, in primis perché sono il producer di me stesso e poi perché è uno scambio bellissimo fare qualcosa per altri artisti. La musica dev’essere uno scambio e da producer riesco ad interfacciarmi bene in questo meccanismo.

Hai alle spalle un lungo tour per l’Italia, sei presente nelle maggiori piattaforme musicali, riconosciuto come uno degli esponenti più raffinati dell’indie italiano e, ai tempi del coronavirus, hai fatto entrare virtualmente tante persone nello studio di registrazione che hai in casa, attraverso dirette streaming e video esclusivi. Quindi, ti viene spontaneo saper interfacciarti con il pubblico e ciò ti nasce dall’animo. Però dietro c’è anche tanto studio, non solo della musica, ma anche di una comunicazione che mira a creare legami autentici con chi ti segue. Confermi tutto questo?

Stra-confermo. Come hai ben compreso: uno studio nel liberarmi da alcuni freni e trasmettere davvero me stesso alle persone che mi seguono. È un rapporto autentico, ci sono molti artisti che vendono piccole notizie come enormi: io porto semplicemente con me, in quello che è il mio cammino con momenti brutti e momenti felici…e senza paura di indicare la strada a chi ha scelto di seguirmi. Una persona che vuole fare musica deve prendersi la responsabilità di creare qualcosa che esprima davvero la propria persona e chi segue il mio percorso da più lontano, come te, sa che in tutto questo c’è sempre stata una sottile linea di coerenza. Che non è sempre definibile, ma credo si percepisca.

Felice di averti intervistata, carissimo Donato

Per seguire Ombre Cinesi

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