
Un viaggio che mette in equilibrio suoni mediterranei, folk, elettronici e moderni. Questa è la poetica musicale di Vincent Migliorisi. Ecco l’intervista.
Ciao, come e dove è nata la tua carriera musicale? Raccontaci un po’ di te.
La carriera inizia nel 1996, quando con Stefano Meli e Giambattista Rossi fondiamo La Casbah, formazione etno rock unica nel suo genere, che ai ritmi in levare univa strumenti etnici come mandolini, bouzouky e, soprattutto, dei testi impegnati sia socialmente che politicamente. La band ebbe un successo incredibile e nei primi anni 2000 suonavamo in giro per tutta l’Italia tra centri sociali, festival e condividendo il palco con grandi artisti della scena indipendente. Nel 2004 la band si scioglie e da lì comincia il mio percorso personale, anche se a tutt’oggi quella matrice folk è ancora molto presente nelle mie composizioni.
Il mio primo disco solista, L’ultimo inverno arriva lo stesso anno e vince il MEI di quell’anno e la Biennale di Napoli come miglior disco strumentale. Poi le colonne sonore (tantissime) Prima v’era nel 2010. Dalì la piccola orchestra Primavera, la Banda Blondeau, eccetera eccetera. In effetti, sono pubblicati pochi dischi a mio nome è stato solo perché non ho avuto molto tempo ma ho sempre lavorato molto, e sodo, per gli altri.
In Deep and Dance è album che unisce sorprendentemente suoni folk e mediterranei all’elettronica contemporanea. Ci racconti la sua genesi?
In Deep and Dance lo consideravo un esperimento. Avendo una discreta esperienza come compositore di colonne sonore (20 anni e più) capisci benissimo che per me la linea melodica e la struttura armonica sono la base di qualsiasi lavoro. Ma non questa volta, questa volta volevo partire dal beat, dal groove e poi ricamarci sopra le linee. La mia era una scelta che voleva essere una protesta. Oggi nessun ascoltatore dedica più attenzione alla melodia ma solo al bum bum… il pubblico spesso ti sovrasta col proprio brusio e tra di essi ce ne sono alcuni che non distinguono uno strumento suonato dal suono di un MP3. Io rimango ancora fedele al concetto di musica come opera artistica. Infatti, alla fine ho dovuto fare i conti con la mia vera indole: il risultato è una specie di viaggio intorno al mondo, ci sono molti brani dedicati a diversi continenti e, di conseguenza, la musica tradizionale di quel posto. L’esperimento lo considero riuscito, ma per strada ho un po’ perso le intenzioni originarie. In ogni caso, sono molto soddisfatto e secondo me dal vivo rende ancora di più questo percorso.

Hai collaborato con Colapesce, artista suggestivo della contemporaneità cantautorale nostrana. Cosa ti è rimasto di quell’esperienza?
Ma, sai, Lorenzo è un amico: ho sempre saputo che si sarebbe tanto parlato di lui. Insieme abbiamo fatto i primi tour (il nostro ultimo concerto è stata la targa Tenco), abbiamo condiviso furgoni (il famoso incidente sulla Salerno Reggio Calabria che quasi ci costò la vita) i locali sgangherati, gli autogrill e i pasti improvvisati. Ma io ho sviluppato una repulsione per l’indie di quegli anni che, seppur di buona qualità, alla fine ha finito per fagocitare se stesso. Lorenzo è sempre stato una spanna sopra, però, e per questo lo seguivo: a detta di molti il tour di Un meraviglioso declino rimane ancora uno di più significativi e importanti anche della sua, oltre che della mia, carriera.
Quali sono i tuoi artisti musicali preferiti?
Il folk strumentale è stata sempre la mia passione, da quando la Penguin Cafè Orchestra lo fuse con la musica da camera, e poi René Aubry, ma anche Morricone, Nino Rota, Piero Umiliani, fino ad arrivare ad oggi con artisti come Sufjan Stevens. The National, ma anche grandi riferimenti della musica araba come Rabih Abou-Khalil, transglobal underground, ma adoro anche gli Psychedelic Furs, i Talking Heads… l’elenco è praticamente infinito! Ricordati che io ho un’età importante… ne ho visti di generi e di mondi passare…

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