
C’è un rito che si ripete ogni giorno in migliaia di palestre. Entri, annuisci appena a qualcuno, infili gli auricolari, premi play. Da quel momento sei altrove e non esisti per nessuno, in un luogo pieno di gente. Un paradosso della contemporaneità che svaluta il vero senso della musica. Polemizziamo su un fastidioso fenomeno di isolamento sociale.
La playlist come formula
Sei lì, entri in un luogo, saluti un conoscente, magari gli dai il cinque (tra i gym-bro uomini è un rito fisso, che sfiora quasi il limonarsi; mentre alle donne arriva da parte loro un saluto quasi freddo) e poi ti infili il simbolo della presunta massima concentrazione nell’allenamento: le cuffiette. Ti viene forse la curiosità di capire che cosa stia ascoltando l’altro mentre si allena. Le risposte si assomigliano tutte: qualcosa di ritmato, con i BPM giusti, che “tira su o che dà la carica”, “un po’ di tutto, basta copra il rumore”. Le persone, in un luogo pubblico come la palestra sono rumore? Spotify stessa ha costruito un’intera categoria, le workout playlist, costruite come carburante per il movimento. Complicità nel crimine, quindi.
La musica, in questo schema, è uno stimolante. Funziona come la caffeina: non la si ascolta, la si assume. Si tratta di un cambio radicale rispetto a qualsiasi altra funzione che la musica abbia mai avuto nella storia umana. Dal rito collettivo alla narrazione, dall’espressione emotiva al puro piacere estetico…tutto questo sembra essere sparito, in palestra.
Qualcuno obietterà: e allora? La musica può avere usi diversi. Certo. Ma c’è una differenza tra usare un brano come sottofondo e trattare l’intera esperienza musicale come una variabile. Quello che inquieta non è che la gente ascolti musica in palestra. È che molti di loro la usano come barriera sociale e non come qualcosa di piacevole. La musica apre porte dell’anima, non le chiude.
La palestra come non-luogo
In palestra ci si va per uno scopo preciso: si esegue e si torna. Le cuffie completano l’operazione: azzerano l’unica variabile rimasta aperta, quella del contatto involontario con gli altri. Allora, perché spendere soldi per isolarsi dal mondo, senza nemmeno provare il piacere di assaporare e gustare per bene una sequenza di brani e comportandosi come un automa in mezzo agli altri? Non è meglio risparmiare denaro e allenarsi in casa o all’aperto?
Non è un atto ostile prendersela con chi ascolta musica nelle cuffie in palestra. È semplicemente la logica del non-luogo portata a estreme conseguenze. Ogni persona è un’isola acustica, separata dalle altre da un filo o dal bluetooth e da un algoritmo che ha scelto per lei la colonna sonora dei prossimi minuti. Tutto funziona, scorre; nessuno disturba nessuno. E nessuno ascolta niente davvero
Una proposta minima
Non bisogna pretendere che la gente lasci le cuffie a casa, ma solo che ci si chieda ogni tanto: “questo brano che sto ascoltando, lo sentirò mai davvero? Gli darò mai la possibilità di dirmi qualcosa, senza che io stia facendo altro nel frattempo?”. Un esame di coscienza. La musica è un linguaggio. E, come tutti i linguaggi, funziona solo se qualcuno è disposto a starlo ad ascoltare.
E in palestra ci si vada per rimorchiare, oltre che per allenarsi. Altro che dating app!

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