
Nel 1998, dissero di voler essere i nuovi Duran Duran. Perché? Perché, in mezzo alla marea di boy band che spopolavano negli anni 90, cantando e ballando, loro suonavano davvero. Erano gli Ultra, band britannica sconfitta dall’ambizione, anche se quella Say it Once non è stata mai dimenticata. E non possiamo che ringraziarli.
I ragazzi del Buckinghamshire con un sogno e un demo tape
Una barca, un paesaggio esotico, quattro camicie aperte, chitarre e un ritornello che si conficcava nella testa. Era il video di Say it once, brano che spopolò nell’estate italiana del 1998 e che aveva il sapore del pop facile, ma anche un pochino malinconico. La band si chiamava Ultra, nata intorno al 1997 e con quattro membri: James Hearn, Michael Harwood, Jon O’Mahoney e Nick Keynes. Avevano un non molto vaga ambizione: diventare i nuovi Duran Duran (il video di Say it once è un chiaro richiamo a quello di Rio, dove è presente una barca in cui suonano e cantano Simon Le Bon e co.).
Perché? Perché gli Ultra suonavano e non si limitavano a cantare, a differenza di tante boy band degli anni 90. Prima si erano chiamati Stepping Stoned, Decade, Suburban Surfers. Alla fine, scelsero Ultra, rubando il titolo a un album dei Depeche Mode del 1997, che già dice tutto su quanto i quattro si prendessero sul serio. Nick Keynes era arrivato per ultimo, presentato da un amico comune (Neil Cowley, che all’epoca suonava le tastiere per i Brand New Heavies).
Il loro demo tape finì nelle mani di Ian Stanley, ex Tears for Fears, che li fece firmare con la EastWest di Warner. Aprirono i concerti dei Boyzone nel 1997, poi di Louise Nurding a Wembley, poi degli 911. La gavetta giusta, i contatti giusti. Sembrava la storia giusta.
L’estate italiana che li adottò
Si fecero conoscere un po’ in sordina con Say you do, ma il botto arrivò con Say It Once, dei pezzi di punta dell’estate del 1998, arrivando primo nelle classifiche airplay italiane. Gli Ultra salirono sul palco del Festivalbar a Lignano Sabbiadoro, mentre a Milano, durante una sessione di firmacopie, più di 3000 ragazze li aspettavano fuori. Per un momento, l’Italia sembrava il loro paese d’adozione. E a loro avevamo creduto un po’ tutti, perché si proponevano come qualcosa di davvero diverso. Perché, invece, furono inghiottiti nel calderone delle meteore degli anni 90?
Un milione di dischi venduti e un tardo secondo album
L’album omonimo uscì nel gennaio 1999, prodotto da Ian Stanley, ed entrò nella UK Albums Chart al numero 37. Più di un milione di copie vendute nel mondo. I critici si divisero con una singolare pigrizia: c’era chi ne apprezzava le melodie, chi li liquidava come boy band con chitarre. Gli Ultra insistevano a distinguersi, affermando: “Suoniamo i nostri strumenti, scriviamo le nostre canzoni” e avevano ragione, ma il mercato non sempre premia chi ha ragione.
Volevano, come già detto, essere i Duran Duran degli anni ’90, la band pop che è anche una vera band. Il problema è che i Duran Duran degli anni ’90 erano ancora i Duran Duran e, sebbene in tono minore, erano, quindi, ben presenti. Rescue me, nel 1999, si fece apprezzare, anche se non rimase memorabile. Nessun secondo album nell’immediato ed Hearn lasciò nel 2001, disilluso dalle logiche del mercato discografico. Gli altri tre fondarono Goldust, una società di produzione e lavorarono con Bryan Adams, Kylie Minogue, Natasha Bedingfield. Ci fu una reunion nel 2005, con il disco successivo The Sun Shines Brighter, con Claudio Guidetti (lo stesso produttore di Laura Pausini e Eros Ramazzotti). Un cerchio che si chiudeva sull’Italia o quasi. Quello che rimane è sicuramente Say It Once, che su Spotify suona ancora pulita, costruita per durare due minuti e cinquanta in modo impeccabile, come il successo che fecero in Italia, in quella estate 1998.

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