
Non infilo la politica in questo blog. Il Metrònomo parla di cultura pop, tra presente e passato. Ok, ma può essere pop l’idea che un film rischi di essere profetico?
E se Civil War diventasse realtà? Chissà in quanti se lo saranno chiesti, compresa la sottoscritta (altrimenti, non ne parlerei). Non è la prima volta che negli Stati Uniti scoppia una guerra civile e non è detto che sia l’ultima o l’unica. Sotto gli occhi di tutti, c’è un Paese spaccato, che ancora cerca, da un lato, di contare sulla scena internazionale allo stesso modo del Secondo Dopoguerra. Dall’altro, c’è l’intenzione di ripiegarsi su se stesso, sulle paure dei cittadini, molti dei quali vivono in una perenne crisi culturale, ancor più che economica. Nel mondo, ormai, contano altri Paesi, come quelli – un po’ finti, diciamolo – del bacino arabo (quanta gente punta a far affari a Dubai, invece che a New York?) oppure dell’Estremo Oriente (no, no il Giappone, ma la Corea del Sud, ad esempio) o i famosi Paesi BRICS.
Dopo questo pippone pseudo-geopolitico, vorrei concentrarmi sul film, che ha al centro una vera e propria guerra civile statunitense, in un futuro vicinissimo. Non si sanno i motivi dello scoppio, ma il Paese è diviso in due o, forse, in un tutti contro tutti, in un caos che ricorda la guerra tra popoli nella ex – Jugoslavia dei primi anni 90. Nel film, una troupe televisiva e fotogiornalisti (tra cui Kristen Dunst, qui davvero in una parte molto convincente) si sposta per documentare la situazione, in prima linea, rischiando la vita in ogni secondo, pur di catturare attimi drammatici e la deriva dell’umanità, che la guerra abbrutisce sempre, non essendo MAI la soluzione ai problemi.

Civil War sarebbe potuto essere un’americanata, fatta di tipi forzuti ed eroici, di sparatorie mirabolanti, di esagerazioni al limite del trash e di attori sopra le righe. E, invece, non lo è. Pur essendo molto violento e crudo, questo film è delicato, quasi introspettivo, volto a raccontare un sentire che è quello, in effetti, avvertito da tempo dalla popolazione statunitense (anche in film come Il mondo dietro di te). Non più la paura del comunismo o del terrorismo islamico, ecc, paure intrise di propaganda superomistica e dalla forte sicumera ideologica. No, gli statunitensi (non uso il termine “americano”, perché americani sono anche coloro che vivono in Messico o Argentina o in Canada; come la mettiamo?) hanno ormai paura di se stessi, magari a partire dai propri vicini di casa, che possono scaricare un fucile addosso a chi passa. Lo sconforto della stampa, che pericolosamente si avvicina alla Casa Bianca, è tanta, in un viaggio che sembra portare agli inferi.
Il tutto è contornato da una fotografia perfetta, da delle musiche indie che creano atmosfera apparentemente rilassante e, al contempo, molto straniante (come nella scena nel negozio di vestiti, un luogo microcosmico di finta pace). Un film di cui si può avere anche paura, perché narra situazioni assolutamente non improbabili. Alex Garland, che ha diretto questo film (suo è anche il bellissimo Ex Machina, ci vuole mettere in allerta; senza allarmismi, ma con una non troppo velata rassegnazione. Perché, rischi del genere, a pensarci, si possono correre ovunque, non solo negli USA.

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