Enzo Carella, sottovalutato in passato, amato nel presente. Forse.

Non è facile, in un blog come questo, che ha come “linea editoriale” (l’ho messa apposta tra virgolette, per mantenermi umile) l’oscillazione tra passato e presente, trovare un’icona che ne sintetizzasse proprio l’essenza. Almeno, non nel panorama dei cantautori italiani. Facile tirare fuori i soliti grandi nomi, amati nel passato e nel presente. No, in testa, in effetti, ho sempre avuto in mente lui: Enzo Carella.

Questo non è un articolo, ma un omaggio. Mi rendo conto che mi piace scrivere sempre meno articoli e sempre più omaggi, specie quando si parla di persone. Forse perché, prima di tutto, questo è un blog, nato come tale e destinato a morire nella medesima maniera e nei blog si ha carta bianca per fare qualsiasi cosa. Oppure è perché, nel mio cuore, c’è sempre e soltanto la musica, in tutte le sue sfaccettature e, quando si parla di musica, omaggiarne dei validi portavoce è il minimo che possa fare.

Se penso a un cantautore che davvero possa rappresentare il leitmotiv di questo blog, cioè l’oscillazione tra presente e passato, senza sterili nostalgie o severe critiche al presente o al passato, allora sì, uno ne ho e da tempo, perennemente pronto a oscillare nella mia testa: Enzo Carella. Lui, romano, forse sottovalutato in passato e stranamente rivalutato oggi, è perfetto per l’epoca dell’apice della sua carriera (più o meno tra il 1977 e il 1981), ma anche musicalmente invecchiato benissimo e attuale nei suoi guizzi sonori e testuali.

Ma chi era Enzo Carella?

Il suo apice musicale, dicevo, fu in quel periodo così intenso dal punto di vista sonoro, in tutto il mondo, ma in particolare nel nostro Paese, tra sperimentazioni funk, disco e atmosfere cantautorali. Sto parlando della seconda metà degli anni 70, spingendosi fino a quasi il 1982 (perché da noi gli anni 80 arrivarono dopo la vittoria nostrana ai Mondiali; è un dato di fatto). Enzo Carella, scoperto da Alfonso Bettini e lanciato da Vincenzo Micocci (quindi non gli ultimi arrivati), debuttò con Fosse vero, nel 1976, e fece il botto con Malamore, l’anno dopo, seguito dal disco Vocazione. Nel 1979 arrivò Barbara, che si fece notare a Sanremo e uscì l’album Barbara e altri Carelli. Con questa canzone ci fu una svolta più “disco”. Testi anche di Pasquale Panella e atmosfere vagamente battistiane, miste a un certo funk tanto caro alla Napoli di quegli anni, il sound di Carella era tutto suo, nonostante suonasse tipicamente di quell’epoca.

Nel 1981 arrivò Sfinge, uno dei dischi più belli e sottovalutati della musica italiana, senza “se” e senza “ma”, se si pensa al fatto che contenga una ballata struggente come Mare sopra e sotto, una sorta di canto del cigno malinconico più che mai per quell’apice di carriera del cantautore romano. Qualcosa stava cambiando, stavano arrivando gli anni 80 italiani ed Enzo si fermò fino agli anni 90, quando la musica, in Italia, era cambiata ancora una volta. Da allora in poi, non smise più di fare musica, fino alla sua prematura scomparsa, nel 2017. Rimase però molto di nicchia, quasi dimenticato.

Perché, se si nomina Enzo Carella, lo conoscono davvero in pochi? Una canzone come Malamore mia madre non se la ricorda. Eppure quel brano suona senza tempo e ha ispirato intere generazioni di cantautori italiani nel corso dei decenni, da Riccardo Sinigaglia (della “scuola romana” anni 90 e 2000) che di Malamore ha proprio fatto una cover, passando per un’altra cover anche da parte di Colapesce (tra i migliori contemporanei, tra mainstream e indie) fino all’omaggio di Avincola, che con Avincola canta Carella ha riproposto la sua musica live. Eppure niente, Carella lo conoscono ancora in pochi, nonostante sia un importante faro per l’attuale panorama musicale italiano cantautorale.

Perché Carella piace tanto a chi lo scopre? Perché è sempre stato capace di suonare come contemporaneo, dei suoi tempi e di oggi, in una commistione che ha dell’alchemico. Quasi inspiegabile, come tipico di quelli che, in fondo, sono dei geni incompresi. E lui lo era, in effetti.

Mentre cerco di capire il motivo di questa sottovalutazione – che ancora non ho trovato – nel mio piccolo spero di aver fatto cosa gradita a omaggiarlo.

Un consiglio: va ascoltato attentamente e non mentre si fanno le pulizie o si sta guidando. Ecco, andrebbe ascoltato sul treno o al mare su una spiaggia semideserta.

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