Nostalgia anni ’90, ma a metà: quella dance non è tornata

Fonto Getty Images, un rave del 1995

Negli anni 90 l’abbiamo ascoltata, ballata, amata, critica, perché era ovunque: la dance, soprattutto l’Eurodance (e in particolare quella di produzione nostrana, che ha spopolato in tutto il mondo). In classifica ai primi posti grazie alle compilation, ospite ai Festivalbar, gettonata nei juke box, trasmessa fino alla nausea dalle radio. Questo tipo di musica, esplosa già a fine anni 80, ha dettato legge fino ai primi anni 2000. Ma non è entrata nell’immaginario della nostalgia anni 90 né viene più ricordata facilmente.

Ah, gli anni 90 musicali, quelli del grunge, del Brit pop, dello shoegaze, del metal estremo, della dance… Sì, anche della dance, rimasta nei cuori di chi l’ha amata. E basta. Dimenticata dalle radio (se non con qualche grande classico, come i pezzi degli Snap, di Haddaway, di Gigi D’agostino o degli Eiffel 65), ignorata dalle generazioni più giovani, bollata come spazzatura da chi ci si imbatteva all’epoca, ricomparsa di rado su qualche account nostalgico e tematico sui social…questa è la dance degli anni 90.

Migliaia di brani, nessun programma dedicato

Tra il 1989 e il 2003 sono usciti migliaia di brani dance e, soprattutto, eurodance. Non decine. Migliaia.

Eppure oggi non esiste:

  • un programma radiofonico costruito solo su quel repertorio, salvo qualcosa di M2O per ricordare il periodo, ma, spesso, vengono inserite anche le novità in campo Edm
  • una fascia stabile che lo tratti come patrimonio
  • una narrazione capace di trasformarlo in storia

Le radio preferiscono mischiare: un po’ di disco ’70, pop ’80, qualche hit ’90 qua e là. in programmi rigorosamente dalle 22 in poi. La dance di quel periodo viene usata come spezia, non come “piatto principale”. Se fosse davvero musica “da repertorio”, esisterebbero programmi monografici. Non esistono perché non reggerebbero, nemmeno per chi quegli anni li ha vissuti. E un motivo c’è.

La scadenza dei tre mesi: lo sapevamo già allora

C’è un punto che spesso viene ignorato quando si parla di eurodance: già all’epoca sapevamo che quei brani duravano poco. Una canzone funzionava per due, tre mesi. Poi spariva, rimpiazzata da un’altra quasi identica per struttura, bpm, atmosfera. Era moda, ma, soprattutto, business di consumo sfrenato. Ai tempi non c’erano Spotify o simili, che, avendo migliaia di brani all’interno, ne sedimentano il ricordo nelle playlist preferite di ognuno di noi. C’erano i cd, le musicassette e veniva spontaneo lasciarli marcire alla polvere (accumulati nelle librerie o negli scaffali), per cercare qualcosa di nuovo. Le cassette, poi, specie quelle registrate male dalle radio, si rovinavano. E allora si pensava sempre più al nuovo, con un conseguente consumo bulimico di quei brani che arrivavano e sparivano nel giro di poco tempo.

La dance anni ’90, quindi, era musica del presente assoluto, progettata per funzionare subito e essere sostituita in fretta. Il pubblico lo sapeva. Le radio lo sapevano. Le etichette lo sapevano. E, come detto sopra, il business. Non è stata dimenticata dopo. Era nata per non restare.

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Il successo delle compilation: consumo senza memoria

Un altro elemento chiave di quel periodo è il ruolo delle compilation. Negli anni ’90 arrivavano ai primi posti in classifica, spesso superando album di artisti veri e propri. Cose come Hitmania Dance, Deejay Parade, Alba, Danceteria e chi più ne ha più e metta. Questo dice molto. Le compilation non costruivano identità, ma un flusso schizoide di canzoni e anche quelle uscivano a cadenza trimestrale; anzi, stagionale. A differenza di altri decenni, la dance anni ’90 non ha prodotto un repertorio condiviso. Ha prodotto un catalogo enorme, pensato per essere consumato e archiviato.

E i primi anni 2000? Ancora peggio

Se degli anni ’90 restano una manciata di titoli, dei primi anni 2000 non resta quasi nulla. Produzione ancora più seriale, meno personalità, maggiore standardizzazione e una marea di brani che non erano altro che remix o campionamenti di brani anni 70. Il risultato è una sparizione quasi totale, senza nemmeno il beneficio della nostalgia.

La dance anni ’90 ha funzionato perfettamente nel suo tempo. Ha riempito piste, venduto milioni di copie, accompagnato un’intera generazione. Ma non ha lasciato un’eredità ampia perché non era progettata per farlo. Non tutta la musica è fatta per tornare. Alcuna esiste solo nel momento in cui accade. Ed è proprio questo, forse, il suo tratto più onesto. A meno che non si tratti di serate live nostalgiche a cura dei dj noti all’epoca, perfette ormai per un pubblico di “anta” (senza offese, perché la sottoscritta ne è parte).

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