
Un decennio di passaggio tra analogico e digitale, entrato nei cosiddetti “anni revival” o “di nostalgia”. Ma cosa avrebbe di indimenticabile questo decennio, l’ultimo del Novecento?
Premessa: chi scrive non ne è nostalgica, pur salvando alcune cose. Soprattutto perché ero adolescente e chi cavolo ha davvero nostalgia dell’adolescenza? Qualcuno ci sarà. Anzi, ce ne sono tanti, così come c’è chi di quella fase di età non ha alcun rimpianto. Fine della premessa
Perché questa nostalgia anni 90?
Uno dei motivi principali è che in tanti ai tempi erano bambini, come lo siamo stati noi cresciuti negli anni 80 (che ci sembravano magici; stesso discorso per chi era bambino nei ’70: risponderà nel medesimo modo). Forse è il motivo principale, perché l’infanzia mitiga tutto, anche i ricordi peggiori o il contesto (sociale e/o politico) in cui si viveva.
Un altro motivo è, senza dubbio, la buona musica, molto diversa da quella del decennio precedente (che era STRA-BELLA!) e anche varia nel sound. Dal grunge ai gruppi indie, passando per il pop da meteore all’Eurodance che spopolò in classifica. A pensarci, fu un decennio di grandi sperimentazioni.
Un decennio di passaggio
Gli anni ’90 sono stati un decennio di transizione: l’analogico non era ancora scomparso e il digitale si stava appena affacciando nella vita quotidiana. Questo periodo “funziona” ai fini della nostalgia perché offre una via di mezzo tra la semplicità del passato e le possibilità del futuro, senza l’iper-connessione e la pressione sociale che caratterizzano il presente.
Era il tempo delle videocassette, dei cd e delle musicassette e c’era un po’ il fascino dell’accaparrarsi la registrazione perfetta; inutile nasconderlo. La musica non era disponibile in streaming immediato e il semplice atto di registrare una canzone dalla radio rappresentava una piccola conquista personale. Allo stesso modo, guardare una serie TV o un film al cinema era un evento, un momento condiviso e atteso.
Ma gli anni ’90 erano anche un’epoca di scoperte: internet si diffondeva lentamente, creando un senso di meraviglia e curiosità, piuttosto che di “sovraccarico”. L’approccio era più esplorativo e meno invadente, offrendo una finestra su un mondo più grande, senza togliere spazio al contatto umano diretto. Questa combinazione di lentezza, novità e ritualità evoca un senso di sicurezza emotiva che molti sicuramente rimpiangono.
Il loro fascino, dunque, risiede proprio nella transizione: non sono un decennio “netto”, definito, come furono gli anni 80, ma un ponte tra due epoche, capace di evocare il meglio di entrambe (anche il peggio, ma mi fermo qui).
L’ultimo decennio “a misura d’uomo”?
Possiamo parlare degli anni ’90 come un decennio “a misura d’uomo”. Era un periodo in cui la tecnologia, pur avanzando, si integrava senza invadere: il telefono fisso lasciava spazio alle conversazioni private e internet era un luogo esplorativo, non una costante. Anche i ritmi della vita erano più lenti e calibrati: si aspettava l’uscita di un album o l’episodio settimanale di una serie, creando attese che rafforzavano il valore delle esperienze.
Questo equilibrio tra innovazione e semplicità rende gli anni ’90 un modello nostalgico per tanti, dato che il progresso non aveva ancora superato il controllo personale e la qualità dei legami. Forse, nel ripensarli, si potrebbe trovare una lezione per il presente: cercare di riportare nelle nostre vite un ritmo più armonioso e meno accelerato, il che andrebbe benissimo, per carità. Ma il mondo deve andare avanti, non indietro e, se devo essere sincera, il “misura d’uomo” mi va stretto da tempo. L’uomo, l’umanità, il concetto di umano, è troppo limitante per la vastità di sfumature del tempo, dello spazio e del mondo. Ecco, magari potrei approfondire la cosa in un altro momento. Ora no: mi voglio riascoltare gli 883 (il vero simbolo degli anni 90 italiani. Stateci!)

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