
…fosse vivo? Beh, quello lo avremmo voluto tutti. No, avrei voluto che lui fosse rimasto a Roma, dopo quell’importante ricovero. Forse lo avremmo avuto ancora tra noi?
Avevo già espresso, in precedenza, il mio non-amore per il grunge e per quella sua aura di “devo essere per forza il tuo genere musicale preferito degli anni 90 e di riferimento perché eri giovane ai tempi” che mi ha sempre creato fastidio (sorry, ma, pur essendo classe 1980, la mia musica di riferimento è quella degli anni 80 e 70 e un po’ dei 90). Però è di Kurt che vorrei parlare, perché, dal 1994, è rimasto un ragazzo di 27 anni tormentato e che ci ha lasciati per mano sua.
Anche lui in quel “club dei 27“, ossia quegli artisti musicali che proprio a 27 anni hanno perso la vita. Come Jimi, Janis, Brian, Emy. Ecco, sì, lui con loro. Kurt non è stato mai capito per davvero. Lui, cresciuto con il rock e la new wave anni 80 e dall’infanzia difficile e introspettiva, tenuta in piedi dalle tante passioni che aveva, una tra tutte il disegno. Sensibile, bello, magari anche alla mano, se messo a proprio agio. Me lo sono sempre immaginato così nonché amico e padre amorevole, sentimenti mascherati da quegli occhi tristi, che si sovrapponevano all’essenza di un giovane uomo che aveva visto crollare l’illusione degli anni 80, sfociati in un decennio che voleva per forza emergere e cancellare tutto. Invece, quel decennio ha cancellato lui dal mondo terreno, consegnandolo al mito.
Rileggere la sua lettera d’addio, testamento bello, sincero e onestissimo, è una piccola seduta di psicoterapia, davanti alla quale ci spogliamo nei nostri pensieri ed entriamo nel suoi, in punta di piedi, perché solo così possiamo empatizzare con quelle parole che paiono chiederci scusa. Ma quale scusa, Kurt? Di cosa? Dobbiamo solo ringraziarti di esserci stato e l’unica scusa è quella che potremmo chiederti per non averti capito e/o apprezzato.
A malapena sapevo chi fosse, infatti, quando lo avevano ricoverato a Roma, poco prima del suo suicidio. E, mi permetto di dirlo, averlo lasciato andare e partire per tornare negli USA è stato un errore madornale. Kurt doveva rimanere a Roma, riprendersi, guarire, avere le persone giuste vicino e, magari, conoscere una città tanto diversa e lontana da Seattle e capace davvero di curare l’anima. Forse Kurt sarebbe stato ancora con noi, magari rimanendo a vivere nella Città Eterna, che è capace di salvare anime che si erano svuotate. Oppure- perché no?- avrebbe preso una bella casa in collina o ai Castelli.
Non lo so, ma dentro di me conservo questo pensiero: lo abbiamo lasciato andare. E non è giusto.

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