
Fonte immagine: Iconpop
Questa non è la recensione del disco postumo di Ivan Graziani, uscito il 26 gennaio 2024, ma un omaggio a chi, senza volerlo, ha superato le barriere del tempo e della morte, rendendosi eterno per tutti noi che, forse, non lo abbiamo amato abbastanza. O, almeno, come avrebbe sempre meritato.
Sono nata e cresciuta con i cantautori degli anni 70, come, ad esempio, Battisti, Dalla, De Gregori, Venditti, Fortis e, timidamente, anche lui: Ivan Graziani e con le sue più grandi perle, come Lugano Addio o Firenze canzone triste. Eppure, rispetto ai succitati artisti, lui è tra quelli che ho considerato meno. Lo abbiamo fatto in tanti, ai tempi e fino a oggi. Però lui, che ci ha lasciati nel 1997, si è ripreso tutto quello che gli spettava, con un disco postumo, nato grazie ai suoi figli, in particolare Filippo, classe 1981, musicista, e troppo giovane per aver potuto suonare seriamente con suo padre in tour o in qualche disco. Lo ha fatto oggi, lavorando a Ivan Graziani – Per gli amici, che contiene otto pezzi inediti, registrati da Ivan a tempo perso.
Non avrebbe mai immaginato che, a distanza di anni, quelle registrazioni lo avrebbero consegnato non solo a un rinnovato ricordo, ma anche al presente e al futuro, spezzando la barriera del tempo, della vita, della morte. Quando lui ha portato a Sanremo 1994 Maledette Malelingue, stava già male, si vedeva, ma, ovviamente, non sapeva che, poco meno di tre anni dopo, se ne sarebbe andato. O forse sì. Lo sapranno sicuramente i suoi cari. Non c’era amarezza nel suo modo di essere e per il fatto che, senza dubbio, non gli abbiamo voluto bene come avrebbe meritato. C’era tutto se stesso, in ogni canzone, in ogni cosa che lui faceva e nel suo vivere fuori dagli schemi, con la “trasgressione” dello star spesso lontano da riflettori, dallo showbusiness e così tanto, invece, vicino alla sua famiglia, agli amici e al suo mondo fatto di piccole cose grandi. Come il vivere in provincia e suonare per lavoro con devozione e passione. Amava la musica più di ogni orpello che spesso lo circondava nonché di sovrastrutture lontane, allora come oggi, dal concetto di “fare musica”.
Ivan non era bello, non era alla moda e non sempre risultava simpatico. Ma era autentico, di quell’autenticità di cui la musica dovrebbe avere costantemente bisogno. E non era nemmeno saccente o barboso come certi cantautori che si definivano “impegnati”. Era solo (e, per fortuna) Ivan Graziani.
Forse è sbagliato sostenere di averlo sottovalutato, come si ascolta nel bellissimo podcast a lui dedicato, ma è esattamente ciò che è successo. Non si è fatto mai abbastanza per Ivan Graziani, ma, al contempo, non si dimentica la sua grandezza e, allora, è vero: non lo abbiamo sottovalutato, ma non ringraziato abbastanza per la sua arte.
Lui ci continua a parlare e a tutti noi non resta, quindi, che non smettere di ricordarlo.

Lascia un commento