
Video killed the radio star, cantavano i The Buggles di Trevor Horn a fine anni 70. Il video ha davvero ucciso le star della radio? La risposta è “Ni”. MTV, nata nel 1981 e che ha trasmesso, come primo video, la succitata canzone, ha chiuso i battenti nel modo in cui l’abbiamo sempre conosciuta; i programmi musicali in tv sono quasi solo talent oppure sporadiche serate revival con noti presentatori, per un target di nostalgici “delle canzoni di una volta”.
Cenni storici programmi musicali italiani prima dell’era di internet
Prima dell’arrivo di Internet, la televisione era l’unico vero ponte tra il pubblico e la musica. Non c’erano algoritmi né piattaforme on demand; ma, soprattutto, non c’erano social: se volevi scoprire un artista o vedere un videoclip, la TV era il passaggio obbligato. E questo le dava un potere enorme.
Negli anni ’60 e ’70, i programmi musicali erano ancora intrisi di teatralità. La musica veniva “messa in scena” come parte del varietà: Canzonissima, Senza Rete, i primi Festivalbar. Tutto era costruito per il pubblico generalista: grandi orchestre, esibizioni dal vivo, conduttori istituzionali, poca attenzione alla scena giovanile o alle evoluzioni estetiche.
Alla fine degli anni ’70 si intravede una prima scossa: Discoring introduce uno sguardo più pop e più giovane, ma resta ancora legato alla formula “presentazione–classifica–ospite”.
Il vero salto avviene all’inizio degli anni ’80, quando la musica comincia ad assumere anche una dimensione visiva. I videoclip esplodono a livello internazionale, e in Italia Mr. Fantasy (1981 – 1984) diventa l’avanguardia assoluta: un programma che porta in TV l’estetica del nuovo pop, dell’elettronica, della tecnologia, del linguaggio globale.
Per tutti gli anni ’80 e ’90 la TV è stata il luogo privilegiato per incontrare la musica:
- Mr. Fantasy per la sperimentazione, ma anche programmi più di nicchia come L’Orecchiocchio o D.O.C, sulla Rai
- Deejay Television per il linguaggio giovane su Italia 1
- Roxy Bar (su Video Music)
- Video Music e poi MTV Italia (alla fine degli anni 90, quando la tv generalista e commerciale iniziava un po’ a disinteressarsi alla musica, concentrandosi su altri format) per definire un immaginario intero.
Quei programmi tv erano il perno per gli appassionati di musica e, a volte, diventavano iper-focus per generazioni intere di giovani
Serve ancora realizzare programmi musicali in tv?
Questa è la domanda chiave e la risposta non è immediata, perché dipende da cosa intendiamo per “programma musicale”.
Se per “programma musicale” pensiamo a quello che si faceva fino ai primi anni 2000, ossia classifiche, videoclip, ospiti, performance, ecc. la risposta è no.
Non avrebbe senso. Perché tutto ciò che un tempo faceva la TV, oggi lo fanno Internet e le piattaforme in modo più veloce, personalizzato e libero.
- I videoclip li guardi dove vuoi
- Le interviste te le fai proporre dall’algoritmo.
- La scoperta musicale è automatizzata.
La televisione ha perso il monopolio della mediazione. Ma se intendiamo “programma musicale” come racconto, allora la risposta cambia. Ed è un sì chiaro, senza esitazioni. Perché oggi manca uno spazio in cui la musica venga spiegata, contestualizzata, raccontata con profondità. Non una vetrina, non una gara, non un “ospite che presenta il singolo”, ma un luogo in cui si parla di:
- cosa significa fare musica oggi
- che ruolo hanno avuto certi album
- come è cambiata la produzione
- che impatto culturale ha avuto una scena;
- perché certi suoni sono nati in quel determinato periodo.
La TV non può competere con Internet sul versante della fruizione, ma può tornare centrale sul versante della narrazione.
Per funzionare oggi, un programma musicale dovrebbe essere:
- ibrido (TV + streaming + contenuti extra)
- investigativo, quasi giornalistico
- costruito su storie e contesti, non solo canzoni
- pensato con la mentalità dei podcast d’inchiesta, non del varietà
Il ponte culturale che facevano Mr. Fantasy o MTV, cioè quel modo di spiegare un’epoca attraverso la musica, oggi manca totalmente. I tempi sono cambiati. Ma proprio per questo potrebbe avere senso riprovarci, ma con un linguaggio nuovo.
Non più un salotto di esibizioni, ma un laboratorio di idee, memorie, estetiche e rivoluzioni sonore. Un programma che non “mostra” la musica: la interpreta. E che non sia solo un talent show.


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