Il decennio dell’indie pop italiano: così vicino, così lontano

In principio fu Niccolò Contessa con I cani, poi arrivarono nomi come i The Giornalisti, passando per il culmine di Calcutta, la spigliatezza di Fra Quintale e il retrò-gusto di Giorgio Poi. Gli anni 2010 dell’indie pop italiano, che sembrano già lontanissimi.

Anno 2011, un ragazzo romano, Niccolò Contessa, fece uscire il suo disco d’esordio, Il sorprendente album d’esordio de I cani, che di sorprendente, forse, non aveva nulla, perché nulla pretendeva. Raccontava, con immediatezza, la quotidianità della vita romana, non quella turistica del centrò né quella estrema di certe periferie che fanno gola a tanto cinema. Una romanità borghese, di residenti o fuorisede, immersi in velleità e/o sfighe. Non pretendeva, ma l’intento, paradossalmente, era preciso: cambiare qualcosa nel panorama musicale nostrano. E ci era riuscito, evolvendosi col tempo, fino a dischi maturi come Aurora, del 2016, il culmine musicale de I cani (che poi non è una band, ma è Contessa stesso, che si fa accompagnare comunque da altri musicisti).

Il 2015, anno di grazia

Nel 2015, i TheGiornalisti, “capeggiati” da Tommaso Paradiso, romano come Contessa, uscirono dall’indie per farsi più mainstream, dato che Fuoricampo è stato abbondantemente apprezzato da un pubblico meno di nicchia. Nello stesso anno, Edoardo D’Erme, alias Calcutta, emerse in modo impattante con Mainstream, titolo evocativo per un disco che avrebbe aiutato il cantautore di Latina a farsi strada dignitosamente nel vasto panorama cantautorale italiano. Per non parlare di Fra Quintale, tra pezzi solisti e numerose collaborazioni. Altri nomi, come Carl Brave, Franco126, Colombre, Coez, Gazzelle, si fanno strada nelle classifiche e negli ascolti in streaming.

2017- 2019 l’indie pop diventa pop e basta

Qualcosa cambia nel 2017. I TheGiornalisti fanno uscire Riccione, tormentone estivo che alcuni adorano canticchiare e altri trovano fastidioso come una carie, la band di Paradiso si riversa totalmente nel pop (già col super successo di Completamente) e un altro cantautore, dalla voce originalissima, Giorgio Poi, fa uscire il disco indie capolavoro per eccellenza di quell’anno: Fa Niente, che sembra uscito dalla fine degli anni 70. Bassi potenti, suoni vagamenti psichedelici, testi criptici e atmosfere velatamente malinconiche. I dischi successivi, dal 2019 in poi, pur essendo sempre di qualità alta, non sapranno replicare i fasti degli esordi. Calcutta, invece, fa l’opposto: i suoi dischi post Mainstream sono migliori.

Decennio nuovo, vento nuovo

Ma il vento stava già cambiando. Quel modo di raccontare la vita, leggero, malinconico, affettivamente dimesso, aveva raggiunto il suo picco e, proprio nel momento in cui tutti lo avevano adottato e l’indie pop tirava fuori una marea di cloni (come in tutti i generi musicali e in tutte le epoche; non è una novità), il fenomeno aveva perso la sua forza. L’indie non era più un linguaggio alternativo, ma un formato: facilmente riproducibile, immediatamente riconoscibile e, quindi, consumabile, ai limiti dello zuccheroso.

E così, quando nel 2020 la pandemia ha messo a tacere i palchi, il suono “indie” si è trovato senza spazio vitale. La trap aveva già preso il posto dell’ironia quotidiana: niente più bar di quartiere, niente più sigarette fuori dai locali, solo soldi, rivalsa e corpi tatuati come status symbol. Chi aveva fondato una scena sulla fragilità improvvisamente si è ritrovato senza pubblico. In tempi di lotta al patriarcato, il maschio tossico della trap paradossalmente tira di più, come sfogo verso un mondo che tanti non riconoscono più (ma il mondo cambia, bellezze!). Sfera Ebbasta, Ghali, Tedua, Lazza, Geolier e tanti altri hanno fatto breccia nelle classiche e nei cuori della generazione successiva a quella considerata sfigata (i Millennial): la Gen Z, ormai sulla bocca di tutti.

E l’indie pop? Resta una parentesi tutto sommato interessante e non è mai morto, ma si è semplicemente disperso, infiltrandosi in altre forme, in nuovi artisti che ne hanno assorbito l’anima e non per forza il suono. Gente come Lucio Corsi ne è un esempio. Il tempo sarà il vero giudice.

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