Sinceramente poeti: intervista a Mike Orange

Mike Orange (cioè Michele Arancio; ma dai!?), cantautore lombardo trapiantato in provincia di Latina, ci racconta un bel po’ di cose belle su di sé e sulla sua musica

Ciao! Le tue radici musicali partono dal punk, ma… com’è nata la tua carriera musicale? Hai carta bianca per raccontarti.


Il progetto Mike Orange nasce nel 2019 dal desiderio di raccontarmi in modo diverso. Come dici tu, suono da molto più tempo e ho militato in varie formazioni punk rock — l’ultima esperienza sono i SOCS, con cui ho suonato fino a settembre 2022. Avevo bisogno di sperimentare un po’, e mi intrigava quella cosa per cui molti musicisti provenienti da mondi alternativi e non mainstream si misuravano con la canzone pop italiana. Ci ho provato, mi è piaciuto, e da lì ho contattato uno a uno i componenti della band che ha suonato in questo disco (Nicola, Alberto, Alberto e Simone) per proporre i brani. Abbiamo messo su una band per portarli in giro. Ed eccomi qui, insomma.

Un pezzo come Poeta, apparentemente scanzonato nelle sonorità e nel testo ironico, mostra, in realtà, un retrogusto amaro, cioè come l’atteggiarsi per uno “scopo” (diciamo così, con un gioco di parole) rischi di essere un autogol. E allora è meglio la sincerità, giusto? Spiega meglio il punto di vista di questo brano e anche, in generale, la tua poetica musicale (“Ah, anche poeta!” cit. aahahahah)


Citazione bellissima, se posso permettermi. La sincerità è sempre meglio, ma nel caso di Mike Orange è proprio un atteggiamento che mi permette di essere capito e di restare autentico. Non mi va di parlare di cose che non conosco, perché — a differenza di quello che pensano in tanti — il pubblico non è stupido, e percepisce subito se stai suonando qualcosa che senti davvero oppure no. Poi ci sono i mentitori seriali, ma quello è un altro discorso. Scherzi a parte, Poeta parla di tutte quelle situazioni in cui le persone si atteggiano a qualcosa di più grande di ciò che sono. Spesso siamo insoddisfatti di noi stessi e tendiamo a darci troppa importanza. Secondo me è giusto riconoscersi capaci in qualcosa, ma l’autoironia è un’arma: ti aiuta a darti dei limiti, a restare lucido e a lasciarti ispirare. In generale, mi piace parlare di cose difficili usando parole semplici — che anche un bambino possa capire. Spero di riuscirci.

Sei anche podcaster. Ti va di raccontare il tuo podcast Un disco alla volta?


Un disco alla volta è nato dal mio amore per la radio. Credo che oggi il podcast sia il modo migliore di farla: la radio tradizionale è diventata troppo ingessata, e le web radio non hanno mai davvero sfondato. Il podcast ti dà libertà, e la gente li ascolta. Questo in generale. In particolare, volevo raccontare a chi non lo sa che fare un disco è un processo lungo e faticoso, che coinvolge un sacco di persone. Mi sembrava giusto dare voce a chi i dischi li realizza davvero. Così ho iniziato a fare queste chiacchierate da un’oretta con artisti che stimo e che penso abbiano qualcosa da dire. Come ripeto spesso anche durante le puntate: se interessa chi sta parlando, interesserà anche chi ascolta. L’obiettivo? Non lavorare mai più nella vita e fare solo queste cose. Quindi seguitemi… e fatemi monetizzare!

Quali sono i tuoi artisti musicali preferiti?

Domandona. Ti faccio una lista:

The Offsprings: sono stati fondamentali nel mio percorso musicale. Americana è del 1998,era tra i miei primi ascolti, e la prima volta che l’ho sentito ho avuto una vera rivelazione. Da lì ho capito che il punk rock era la mia strada.
Lucio Battisti: a casa mia non si ascoltava molta musica, ma si ascoltava Radio Italia. Mia madre alzava il volume ogni volta che passavano un pezzo di Lucio. Poi ho scoperto che non era solo La canzone del sole, ma che dietro c’era molto di più — e molto più figo.
Calcutta: mi sono appena trasferito in provincia di Latina (ma non per lui). Come ti dicevo, è uno di quegli artisti che viene da un mondo alternativo e si è misurato con la canzone italiana, dandole un linguaggio nuovo e svecchiandola. Lo stimo molto.
Tre Allegri Ragazzi Morti: last but not least. Il primo concerto che ho visto è del
2004/2005, tour de Il sogno del gorilla bianco, disco che secondo me è bellissimo.
Io credo che loro siano come i miei genitori. Una volta ho incontrato Enrico in metro a
Milano e l’ho abbracciato dicendogli che per me lui era come mio zio (perché mio padre è Davide Toffolo). A parte gli scherzi, i TARM hanno il dono di essere universali pur parlando di cose specifiche. Beccano tutti i tuoi stati d’animo. Io ci sono cresciuto. Una volta Toffolo mi ha portato in spagoletta. Io sono un allegro ragazzo morto.


Grazie mille dell’intervista e un saluto a tutte le lettrici e i lettori de Il Metronomo, alla prossima!

Link per conoscere meglio Mike Orange

Instagram: https://www.instagram.com/mike_orange1

Il podcast Un disco alla volta: https://open.spotify.com/show/7HTgFWPm4aNS3Hw8aPxAVH?si=41418040e7f447fc

Lascia un commento