
Scegliere di essere irregolare, con il suo puntare al non piacere a tutti i costi, all’interno del variegato panorama musicale italiano. Questo è Faust’O, alias Fausto Rossi. Cinque decenni passati a non diventare mai rassicurante.
Origini friulane, ma milanese d’adozione fin dall’infanzia, si approccia alla musica fin da bambino, un po’ come tutti coloro che, in un modo o nell’altro, faranno delle sette note la vera ragione di vita. Ma la folgorazione arriva nei primi anni 70, quando si avvicina ai suoni di Bowie, Roxy Music, ma anche altri come Lou Reed. Va beh, sì, tutta quella gente che ha affiancato arte alla musica, atmosfere ai suoni. Insomma, uno come Fausto Rossi che assorbe quegli scenari sonori non può che promettere bene e non solo nelle intenzioni.
L’esordio: gli anni 70
Primo disco, con il nome d’arte Faust’O, dal titolo bello forte, Suicidio, dalle sonorità rock, lo stile cantautorale e quel guizzo dei primi Roxy Music, anche pezzi come Il mio sesso gli danno una connotazione da Renato Zero del Nord. La title track e Benvenuti tra i rifiuti sono i brani che restano facilmente dentro, non essendo un disco “facile”. Un esordio sporco, voce strozzata, in linea sicuramente con le atmosfere calde e nervose di quegli anni, aspramente cantautorali e che finiscono addosso come pece bollente. Faust’O è ancora molto anni 70 qui, eppure c’è un tentativo, riuscito benissimo, di superare quel decennio.
Con Poco Zucchero, l’atmosfera rimane la stessa, ma si inizia a sentire il sapore della sperimentazione sonora, con guizzi che ricordano John Foxx o i primi Human League, per la timidissima presenza del synth. Ma, quando parte In tua assenza, la botta è potente, talmente tanto che un Brian Eno si sarebbe inginocchiato e chiesto scusa; così, senza motivo. Un pezzo talmente avanti per l’epoca (è il 1979 e ancora impazzavano gli archetti della disco music!) da far rizzare i peli delle braccia.
Gli anni 80: il culmine
Se J’accuse… amore mio resta e Out Now si muovono tra rock, post punk e synth, gli anni 80 di Faust’O sono sinonimo del suo capolavoro per eccellenza: il disco omonimo, del 1983. Brani come Cha cha cha, Ogni fuoco, Rip Van Winkle e, soprattutto, Stracci alle fiamme, sono new wave pura, impressionante, fortissima, con una discesa nell’oscurità e da fare impallidire le più note scene musicali sperimentali britanniche o statunitensi dell’epoca. Stracci alle fiamme fa stare bene perché non rassicura nessuno. Benvenuti all’inferno (e non tra i rifiuti). Negli arrangiamenti di questo disco c’è Alberto Radius, non esattamente uno scappato di casa.
Il successivo, Love Story, è l’ultimo col nome di Faust’O e, pur non essendo un brutto disco, non raggiunge le vette del precedente.
Da Faust’O a Fausto Rossi: dagli anni 90 in poi
Cambio di nome, o, meglio, l’utilizzo del nome proprio, segnano un cambiamento di carriera, con una scelta di volontaria eclissi da un pubblico più ampio a un altro di nicchia, a un minimalismo di fondo, e, nonostante le pause di carriera, dagli anni 90 in poi, Fausto Rossi si crea un progressivo cerchio musicale fatto di ulteriori sperimentazioni, concerti, esibizioni live in teatri, circoli, eccetera, puntando a una continuità che non necessita echi eclatanti. Questa sua attitudine ha paradossalmente attirato un ottimo seguito, che gli ha permesso di rientrare tra i migliori cantautori dagli anni 70 in poi nei gusti di chi di musica si intende davvero. Oggi come allora, Fausto Rossi è amato in maniera incondizionata da chi ha colto nella sua sperimentazione un modo, un attitudine, per stare al mondo. Un irregolare, insomma, che ha fatto del suo essere se stesso il suo vero e unico fascino.

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