Di Rino Gaetano è sempre tempo

Passano gli anni, si allontana sempre di più quel 2 giugno del 1981 (anno della sua tragica morte), ma il suo ricordo è più vivo che mai. Attraversando generazioni intere.

Ci sono voci che scomodano perché non cercano l’applauso o la finta retorica impegnata che maschera moralismo. Voci che non si inginocchiano al dolore né alla rabbia, ma le impastano con l’ironia, l’assurdo, l’inquietudine. Rino Gaetano cantava così: ridendo con la voce spezzata. Fintamente leggero, era, forse, il più impegnato di tutti, capace, con un’apparente immediatezza, di colpire chiunque.

Rino non era un outsider per scelta. Era profondamente dentro le contraddizioni di un Paese che sembrava implodere e ripiegarsi nelle sua angosce (era l’Italia degli anni 70). La provincia calabrese dell’infanzia, la Roma d’adozione, il folklore e la satira, la denuncia sociale e l’amore per il nonsense. Teneva tutto insieme, senza chiedere coerenza né fornire sterili. Non c’era la posa dell’artista maledetto, c’era solo una voce che si prendeva lo spazio senza mai voler piacere a tutti e, forse, nemmeno a se stesso. Rino era “così come veniva”.

Era un disallineato, ma non un alienato. C’era un’intelligenza affilata nel modo in cui si muoveva tra le convenzioni, schivandole con grazia e ferocia. E nel dirlo, ci faceva ridere. Una risata che lasciava però un’eco lunga, amara, riflessiva.

Un artista diverso

Non era solo il contenuto delle sue canzoni, ma il modo in cui riusciva a destrutturare i linguaggi. Usava le stesse parole della TV, della burocrazia, del discorso ufficiale, ma le piegava, le decontestualizzava, le faceva esplodere nel nonsense. Era un sabotatore della forma, e, forse, proprio per questo era tanto pericoloso.

Poi, c’è la morte. Un incidente stradale. Il 2 giugno 1981. La data diventa leggenda, mistero, cesura. Senza bisogno di sposare tesi complottiste, basta osservare la fragilità dell’ultimo Rino, il senso di urgenza, di rottura. Sembrava sapere di essere arrivato a un punto in cui non si può più scherzare. Le sue ultime apparizioni sono meno giocose, più nervose. Un sentore strano, un sesto senso del “boh, quindi?” Ci sono cose che te le senti dentro e non le spieghi, pur vivendole.

La sua morte non è mai diventata un lutto nazionale, ma lo è diventata lo stesso in tanti che lo ricordano in eventi organizzati per tutto il Paese e durante i quali la gente di ogni età canta le sue canzoni a memoria.

Rino ci ha lasciato la sua arte e ha ispirato una marea di cantautori, sì. Ma più di tutto ci ha lasciato uno sguardo. Uno sguardo che ti accompagna anche oggi, ogni volta che ti senti fuori posto, troppo sensibile, troppo lucido, troppo stanco. Ogni volta che ti chiedi se ridere o piangere e poi decidi di fare entrambe le cose insieme. Perché il vero potere della sua voce non era quello di spiegare, ma di farci sentire meno soli nella nostra confusione. Rino non chiedeva di essere capito. Ma quando lo capivi, era impossibile dimenticarlo.

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