Lucio Corsi, il cantautore “anni ’70” di cui avevamo bisogno oggi

Lo guardi e pensi a Peter Gabriel dei primi Genesis. Lo ascolti e, a volte, ti viene in mente un mix tra Ivan Graziani e Marc Bolan dei T.Rex. Poi leggi che è nato nel 1993 e pensi: “Cavoli, un cantautore degli anni ’70 nato nei ’90?” Questo è Lucio Corsi, arrivato come da un altro pianeta per riportarci a un presente diverso, che sa di passato con gli occhi rivolti al futuro.

In un tempo che corre, semplifica, taglia e incolla, Lucio cammina; anzi, fluttua. Lo fa con passo obliquo, come chi abita una realtà parallela. Non è solo una questione di look (i pantaloni a zampa, le camicie visionarie, il capello lunghissimo da dandy cosmico). Lucio è davvero un cortocircuito temporale. Ed è proprio per questo che, uno come lui, mancava in questi tempi frettolosi.

Chi di musica contemporanea italiana “ne sa”, magari qualcosa di lui la conosceva già, anche solo il nome. Poi ci ha pensato Carlo Verdone, in Vita da Carlo 3, a sdoganarlo, a farlo comparire nei panni di se stesso e con la bellissima Tu sei il mattino. Una profezia bella, dato che nella serie lui va a Sanremo, come è successo poi nell’edizione 2025 con Volevo essere un duro, brano dalle sonorità che rimandano a certe atmosfere musicali del 1979 (perché proprio il 1979? Perché i suoni sono quelli di allora!)

Originario di Grosseto, Corsi costruisce un mondo tutto suo, fatto di piccoli mondi emotivi. Già dai suoi primi dischi — da Vetulonia Dakar a La gente che sogna — c’è la tradizione del cantautorato italiano più immaginifico, ma trasfigurata attraverso uno sguardo infantile e, al tempo stesso, surreale. Le sue canzoni non si ascoltano: si percorrono, come piccoli film vintage girati con la Super 8 della fantasia.

Lucio non scimmiotta i grandi del passato: li percorre con delicatezza e ne distilla lo spirito. È una sorta di artista glam simile a quelli britannici dei primi anni 70 e con una poetica da cantautore, invece, della fine di quel decennio. Ma in fondo, è solo Lucio Corsi: unico, inclassificabile, sempre un po’ fuori fuoco e proprio per questo nitido come pochi.

In un’epoca di iperproduzione e disincanto, lui porta con sé una visione che non teme la lentezza, che accetta l’assurdo e gioca con l’ingenuità, senza mai diventare banale. Forse è questo che lo rende così importante oggi: ci ricorda che la realtà non è l’unico orizzonte possibile. Che anche il presente può essere magico, se guardato da un’altra angolazione. Ci voleva uno così. Punto.

Lucio Corsi è il futuro che si è voltato indietro. E ha deciso che non c’è nulla di male a sognare ancora in 4:3.

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