


Dal vocoder all’autotune ovvero: dalle voci modificate che che “facevano futuro” alla polemica sugli artifici del cantare di alcuni artisti più giovani. Parliamone
C’è stato un tempo in cui l’effetto sulla voce era cercato, voluto, amplificato, perché “sapeva di futuro”. Un tempo in cui la manipolazione sonora non era vista come una truffa, ma come una frontiera. E nessuno si indignava.
Erano gli anni ’70 e poi gli ’80. L’epoca dei vocoder, degli harmonizer (che Giuni Russo voleva in regalo in Un estate al mare) -e non ancora dei veri autotune – delle voci filtrate e artificiose per scelta. Nessuno gridava allo scandalo. Anzi, sembrava che più la voce suonasse “aliena”, più fosse interessante. Non c’era nessuno pronto a dire: “eh ma senza effetti non sa cantare”. Perché la voce non era da purificare: era da esplorare. Ovviamente, non essendoci i social, chi si lamentava restava nel suo e non doveva far sapere al mondo intero quanto gli facessero schifo quelle modificate.
Poi Giorgio Moroder, nel 1979, pubblica E=MC², impiegando pesantemente i computer. Dentro c’è elettronica pura, ma c’è anche la voce digitalmente alterata. Non per nascondere, ma per dare forma a un futuro. Come facevano già i Kraftwerk e poi anche i Rockets: raccontavano l’incontro tra carne e macchina.
Cher, Believe e il cambio di significato della voce modificata
Poi arriva il 1998 e lì cambia tutto. Cher, con Believe, usa per la prima volta l’autotune come effetto artistico che non vuole ricreare atmosfere futuribili. È la svolta: la voce diventa un tutt’uno con lo strumento, senza intenti dalle atmosfere fantascientifiche. Uno spartiacque culturale.
E da lì si apre la strada. Mi vengono in mente gli Eiffel 65, un anno dopo, con Blue (Da Ba Dee), trasformano quel suono in una vera estetica pop. Non è più solo effetto: è identità. Tanta roba. E ci si divertiva parecchio, sia ad ascoltare sia a ballare, ai tempi in cui le megadiscoteche ci restituivano una parvenza di socialità amplificata.
L’autotune oggi
Oggi invece viviamo nel paradosso: tutto è modificabile, ma guai a mostrarlo. Guai se un’artista usa l’autotune, pena l’accusa di non saper cantare. Come se la musica fosse una gara a chi suda di più, non un linguaggio espressivo. Vero è che ci sono “artisti” che non sanno davvero cantare e che usano l’artificio per nascondere una non grande estensione vocale. E allora? Nessuno è obbligato ad ascoltarli, fanno un genere loro, ma non esiste solo quello. C’è chi ancora canta senza autotune, ci sono i cantautori, le band rock, pop, i dj produttori. C’è un mondo, sia live, sia nelle piattaforme sia negli ormai sempre più rari negozi di dischi. E che odiosi quei post social in cui si tira fuori un qualsiasi argomento musicale (specie del passato), accompagnato con “altro che autotune”!
Che pena! E a ciascuno il suo mestiere

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