Alberto Camerini, robot romantico che abbiamo capito troppo tardi

C’è stato un tempo in cui nel panorama musicale italiano era arrivato qualcuno che, a torto, fu bollato come strano e indecifrabile. Molti di noi erano troppo piccoli per ricordare o non erano ancora nati per trovarcisi dentro. Eppure, tanti anni dopo, quando si fa riferimento ad Alberto Camerini, lo si fa come se si trattasse di qualcosa di alto livello. Finalmente.

C’è stato un tempo in cui Alberto Camerini veniva guardato con sospetto. Troppo strano, troppo colorato, troppo sopra le righe. Era l’epoca del suo massimo splendore musicale, a cavallo tra gli anni 70 e 80. Eppure oggi, a distanza di decenni, la sua figura si staglia nitida come quella di un outsider diventato icona di culto. Un artista che ha saputo mescolare chitarra classica, elettronica e commedia dell’arte in un impasto unico, inclassificabile, e per questo – paradossalmente – attualissimo.

Un alieno nella Milano degli anni ’70

Camerini nasce a San Paolo del Brasile nel 1951, da genitori italiani emigrati. Torna in Italia da bambino e negli anni 70 inizia a farsi strada nel panorama musicale nostrano.

Nel 1976 esce Cenerentola e il pane quotidiano, un album cantautorale già anomalo, in cui spicca una chicca dimenticata: La ballata dell’invasione degli extraterrestri e lì già si sente il seme del suo futuro stile: ironico, colto, straniante, pur essendo ancora totalmente immerso in atmosfere cantautoriali tipiche di quell’epoca.

Il suo apice

Il grande pubblico lo conosce per brani come , ad esempio, Rock’n’roll Robot, Tanz bambolina, Sintonizzati con me, Computer Capriccio. Era un’epoca ancora immersa in una strana incertezza, con un decennio (gli anni 70) che in Italia ancora dominava, mentre quello a venire, gli anni 80, era già nell’aria, forse in maniera timida, ma presente, grazie proprio a personaggi come Camerini, che si presentava vestito da Arlecchino.

Oggi le sue canzoni sembrano piccoli capolavori di synth-pop all’italiana, ma all’epoca erano percepite come bizzarrie da classifica. Un mix di elettronica futurista, testi nonsense e un’estetica da Harlequin-cyberpunk quando ancora il cyberpunk non esisteva.

Rivalutazione tardiva

Negli anni ‘90, com’è accaduto per tanti artisti, Camerini sparisce dalla scena, anche se durante l’arco degli 80 si era già un po’ eclissato. Rifiuta il mainstream, sparisce dai radar, salvo qualche apparizione “cult” in programmi da amarcord nel decennio successivo, quando si iniziava a rivalutare il passato più recente. Nel frattempo accade qualcosa: internet. YouTube, i blog musicali, le ristampe in vinile, ecc… tutto contribuisce a riscoprire la sua figura. I suoi brani entrano nelle playlist vintage, nei DJ set alternativi, persino nei remix di inizio Duemila.

L’Arlecchino che non chiedeva scusa

Oggi è più facile vedere Camerini per quello che è sempre stato: un artista puro, che ha scelto la maschera non per nascondersi, ma per dire di più. Un musicista che parlava di amore, alienazione, corpo e tecnologia con un’ironia da futurista malinconico e che ha saputo essere contemporaneo prima che lo fossimo noi.

E allora sì, forse Alberto Camerini è stato rivalutato a scoppio ritardato. Ma meglio tardi che mai. Perché oggi, in un mondo che gioca a travestirsi senza saperlo fare davvero, lui resta il più autentico dei mascherati.

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