Sanremo, quell’inevitabile rito collettivo

Non sono solo canzonette

La prima parola che viene in mente pensando a Sanremo è quasi sempre la stessa: polemica. Forse è la prima a cui si pensa, facendo passare le canzoni in secondo piano. Ogni anno, prima ancora che parta la musica, si discute di qualcosa. Che sia un ospite, un partecipante e, soprattutto, il conduttore, vero termometro della kermesse. È sempre stato così. Negli anni in bianco e nero si criticavano i costumi, in quelli successivi di decadenza, così come nel periodo del playback si parlava di kitsch, mentre oggi si analizza ogni dettaglio in tempo reale; complici anche il web e i social. Ma la polemica non è il contenuto del Festival: è sintomo di centralità. Sanremo non crea le fratture del Paese, le rende visibili. È un’arena in cui l’Italia si riflette e, puntualmente, si divide tra chi, orgogliosamente, fa sapere al mondo intero che non lo guarderà e chi scalpita per non perdersi nemmeno una serata.

Qualcosa che sopravvive, nonostante tutto

Eppure il Festival riesce a sopravvivere a tutto, persino a chi lo dichiara superato. Quando negli anni 70 andava in onda solo la serata finale, tra mille polemiche e cantante sconosciuti, sembrava prossimo alla cancellazione. Poi sono cambiati i tempi, perché chi credeva che eliminare una kermesse di canzonette fosse un gesto politico, ha poi perso. Non erano quelli i metodi, non si scinde l’impegno politico dal mero sollazzo. Non solo una gara, quindi, ma uno dei pochi riti collettivi rimasti in un Paese in continua evoluzione (o involuzione, ma non è questa la sede per parlarne). C’è stato il Sanremo guardato in silenzio in salotto, quello commentato a tavola e poi quello del televoto e del tweet di X e delle storie di Instagram.

Una condivisione autentica in tempi di finte condivisioni?

Anche chi dice di non guardare il Festival di Sanremo, in qualche modo lo intercetta. Non si sfugge. In tempi di condivisioni social e di vere condivisioni sempre più rare, la kermesse canora nostrana più famosa al mondo resta un appuntamento realmente condiviso, nel bene o nel male. Benché non produca sempre capolavori, ma, anzi, canzoni che si ricordano sempre meno, produce ugualmente memoria (il siparietto del litigio tra Bugo e Morgan nel 2020 è ormai storia, mentre non lo è la canzone che hanno portato al festival). Non ricordiamo tutte le classifiche, ma ricordiamo dove eravamo quando una canzone passava e, soprattutto, il frammento visivo e la sfumatura culturale che l’aveva caratterizzata. Il Festival attraversa epoche, linguaggi, generazioni, e resta lì, oscillando tra presente e passato come un metronomo ostinato. Possiamo criticarlo, ignorarlo, perfino snobbarlo. Ma ogni febbraio, in un modo o nell’altro, finiamo sempre per farci i conti.

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