L’eterna contemporanea: omaggio a Ornella Vanoni

Negli ultimi anni, era diventata un personaggio trasversale: non per nostalgia, ma perché la sua sincerità disarmava anche le generazioni più giovani. Bastava un’intervista, una battuta, uno sguardo per capire che davanti c’era una donna che aveva vissuto davvero, senza pose. Una donna che non cercava l’approvazione, ma il contatto (a modo suo), con quel miscuglio di dolcezza e borbottii che era perfettamente, irripetibilmente suo. Era Ornella Vanoni. Un omaggio a lei, doveroso.

Era quella che, negli ultimi tempi, dava consigli sugli uomini alle donne più giovani, che usciva a fare gli aperitivi con le ragazze, immersa nella movida della sua Milano. Era anche quella che, ospite in innumerevoli programmi tv, non si risparmiava battute e sarcasmo. Ma, soprattutto, era una regina della canzone italiana. Era Ornella Vanoni, che ha vissuto pienamente i suoi 91 anni riempiendo l’aria di musica e personalità.

 Una carriera eclettica

La sua carriera è stata un viaggio senza nostalgismi: dalle canzoni della mala agli esordi (negli anni 50) alle ballate raffinate degli anni ’60, passando per le sperimentazioni più coraggiose dei ’70 e il pop elegante degli ’80. E poi le collaborazioni con artisti giovani, sempre fresche, sempre credibili, mai forzate. Ornella Vanoni non è mai stata un simbolo del passato: è rimasta sul pezzo fino all’ultimo, curiosa, aperta, incapace di fossilizzarsi. Una delle poche che ha saputo attraversare le epoche senza appartenerne davvero a nessuna.

    

Dalle origini alla consacrazione

La sua storia artistica nasce a teatro, al Piccolo, dove Giorgio Strehler la forma come interprete, prima ancora che come cantante. Lì impara il gesto, la pausa, il peso di una parola. È da quella scuola severa che arriva la Ornella capace di raccontare una canzone, più che di eseguirla.

Poi arrivano le celebri “canzoni della mala”, un repertorio scandaloso e sofisticato allo stesso tempo, che la trasforma in un fenomeno unico nella Milano di fine anni ’50. Da lì in poi è un crescendo: le ballate degli anni ’60, firmate da autori come, ad esempio, Gino Paoli, la portano definitivamente nel grande pubblico. La sua voce, inconfondibile, diventa un marchio.

    La metamorfosi degli anni successivi

Negli anni ’70 Ornella Vanoni cambia pelle: sperimenta, si allontana dalle mode, costruisce album più adulti, eleganti, persino audaci e sensualissimi. Come non ricordare la collaborazione con Toquinho e Vinicius de Moraes con il disco La voglia la pazzia l’incoscienza e l’allegria (1976) e Io dentro, io fuori (1977), il doppio album insieme ai New Trolls. Atmosfere da brividi assicurate; brividi piacevolmente pruriginosi.

Negli ’80 trova una nuova identità pop senza perdere un grammo della sua classe, regalando brani che diventeranno parte della memoria collettiva. Un disco come Duemilatrecentouno parole (1981) ne è la prova. E da lì non si ferma più: duetti, collaborazioni, reinvenzioni continue, sempre accanto ad artisti più giovani senza mai sembrare fuori posto. Negli ultimi anni pubblica dischi moderni, curiosi, perfettamente in linea col presente. E duetti, anche piuttosto ironici, con artisti molto amati come Colapesce e Di Martino, ma anche Mahmood, tanto per fare degli esempi. Non ha mai cercato rifugio nella nostalgia: ha preferito restare viva, aggiornata, capace di muoversi tra generazioni come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Grande, immensa, Ornella.

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