Un tempo liquido: quel 2015 di Currents di Tame Impala

Era il 2015, e mentre il mondo viveva sempre più in differita, tra social, filtri e riflessi digitali, Kevin Parker, alias Tame Impala pubblicava Currents. Un disco fatto di onde sintetiche, basso liquido e atmosfere di un tempo fermo.

In un anno in cui l’indie italiano scopriva di poter diventare pop, il 2015, Kevin Parker, ossia Tame Impala, australiano, faceva il percorso opposto: portava il pop dentro la psichedelia, spogliandola di ogni nostalgia. Non era più un ritorno agli anno 60 o 70, ma un salto nel vuoto del present. Currents non invecchia: galleggia. Se ne sta lì, come una parentesi di un decennio, gli anni 2010, difficile da inquadrare musicalmente. È come se quel disco fosse rimasto sospeso in una bolla d’acqua, immune al tempo, mentre fuori tutto si è appiattito.


Il suono del cambiamento

Riascoltare Currents oggi fa un certo effetto. Nel 2015 Kevin Parker ha fatto una cosa che pochissimi artisti riescono a fare: ha chiuso un ciclo e ne ha aperto un altro, senza chiedere permesso a nessuno. Ha preso la psichedelia e ci ha giocato a modo suo, rendendola impalpabile, piena di synth e di spazio. Soprattutto, spruzzandola di pop.

Dietro ogni brano di Currents si percepisce il lavoro ossessivo di un uomo solo, che non suona per il palco ma per la propria mente. È un disco di passaggio, di resa e di trasformazione. Let it happen il brano di punta, che ti entra e non se ne va, che ti spiazza per quel senso del chiedersi “E quindi?”


L’onda che non si è mai spenta

Currents è un disco che non appartiene a un genere, ma a una condizione mentale. È la fotografia di un passaggio: quello tra la sicurezza del passato e l’incertezza del presente. Le chitarre psichedeliche del primo Tame Impala si dissolvono in una produzione levigata, quasi pop, ma attraversata da una malinconia che non smette mai di pulsare. C’è una tensione costante tra controllo e abbandono, tra desiderio di cambiamento e paura di perdersi.

Il capolavoro è proprio lì, nel contrasto. Nel già citato Let It Happen la ripetizione diventa trance, in Eventually la rassegnazione è catartica, in Yes I’m Changing la trasformazione è un atto di dolore consapevole. In ogni brano c’è un’atmosfera che rimane, un sottopelle che si sprigiona. È un disco che parla di rotture interiori, ma con il linguaggio dell’elettronica e della leggerezza.


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