


Italia, anni ’70. Le piazze si riempiono di proteste, le donne alzano la voce per rivendicare diritti, il divorzio entra nelle case, la legge sull’aborto è realtà. È un’Italia in fermento, spaccata tra voglia di cambiamento e resistenze profonde, dai retaggi reazionari. E nel frattempo, al cinema, esplode un fenomeno popolare, scanzonato, all’apparenza leggero: la commedia sexy all’italiana.
Che cos’è la commedia sexy all’italiana?
La commedia sexy all’Italiana, come si diceva all’epoca (e si dice ancora oggi) è genere che per un decennio (tra il 1972 e il 1982 circa) ha riempito le sale, i palinsesti televisivi notturni e, oggi, i ricordi di chi l’ha vissuto (o semplicemente intravisto a tarda sera, da ragazzino). Ma cosa c’era davvero dietro quelle risate, quelle corse nei corridoi, quelle docce improvvise, quelle camicette trasparenti? Era solo un giochetto erotico da pruritino da dopocena oppure uno specchio più sottile e ambiguo dell’immaginario maschile? Oppure nulla di tutto ciò?
Donne nude e uomini impacciati: il format della risata erotica
Le storie erano semplici, spesso pretestuose: professori distratti e studentesse in calze autoreggenti, marescialli di provincia e mogli troppo disinvolte, bidelli infoiati e insegnanti di ginnastica dalla scollatura vertiginosa. A fare da collante: la gag comica, la battuta piccante, la situazione equivoca. E soprattutto, il corpo femminile.
Volti diventati icone — Edwige Fenech, Jenny Tamburi, Annamaria Rizzoli, Nadia Cassini, Gloria Guida e tante altre— sorridevano dalle locandine in pose ammiccanti. Corpi esibiti con naturalezza, che in apparenza sembravano raccontare una donna padrona della propria sessualità. Ma era davvero così?
Femminismo, specchio o caricatura oppure?
La commedia sexy italiana nasce in un’epoca in cui le donne cominciavano finalmente a raccontarsi anche fuori dagli schemi imposti. Eppure, nel cinema di quel periodo, sembrava che il desiderio femminile restasse quasi sempre una fantasia scritta dagli uomini. Le protagoniste apparivano libere, sì, ma solo nel modo in cui faceva ridere (e eccitava) lo spettatore maschio. Quindi, lo sguardo era tutto al maschile. Come per gli hentai nei manga, per far un accostamento un po’ bizzarro.
Le loro battaglie non erano per l’emancipazione, ma per uscire da situazioni goffe e voyeuristiche. Erano “femmine furbe”, oggetto del desiderio e al tempo stesso pretesto per mettere in ridicolo il maschio medio, spesso incapace, traditore, buffo. La donna si mostrava, ma raramente decideva. Soprattutto, non narrava se stessa.

Una risata vi seppellirà?
Eppure, sarebbe sbagliato liquidare la commedia sexy come puro strumento patriarcale. C’era un’ironia di fondo, una presa in giro anche del maschilismo stesso, e forse proprio per questo è rimasta nel cuore di molti. Quel tipo di comicità creava un cortocircuito: l’uomo rideva, ma si sentiva anche scoperto; la donna guardava, magari si infastidiva, ma a volte anche si riconosceva. Un gioco delle parti che sapeva smentire se stesso.
Il cinema, in fondo, è sempre un gioco di specchi. E quei film, che oggi sembrano vecchi e stereotipati, hanno forse registrato, a modo loro, il momento di passaggio tra un’Italia moralista e una più disinibita. Certo, senza la profondità della riflessione, ma con la leggerezza di chi non si prendeva troppo sul serio.
Tra nostalgia e sguardo critico
Oggi la commedia sexy italiana fa sorridere e arrabbiare. Alcuni la ricordano con affetto, altri con fastidio. C’è chi la considera un piccolo culto kitsch, chi una vergogna nazionale, chi la rivede solo come documento antropologico. Ma forse, come tutte le cose che hanno avuto successo popolare, ci parla più di quanto vogliamo ammettere.
Liberazione? Forse solo a metà. Machismo? Sicuramente presente, ma in una forma talmente grottesca da diventare quasi una sua caricatura. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. E forse è proprio lì che va cercata: nello spazio sottile in cui la donna ride, l’uomo inciampa e il pubblico, ancora oggi, si chiede: ma davvero eravamo così?
Nota personale:
Da donna, confesso che ho sempre trovato quei film insopportabili. O, per lo meno, alcuni attori, come Alvaro Vitali. Ma sopportato, tranne in Pierino torna a scuola, ma era già il 1990 e tempi diversi. Mi è difficile guardare quei film senza sentire addosso il peso di uno sguardo che non mi appartiene. Eppure, allo stesso tempo, riconosco che raccontano qualcosa del nostro Paese. Di come eravamo, e forse, in parte, di come ancora siamo.
Conoscevo una delle protagoniste di quel mondo: Lilli Carati, che era una mia amica. Una donna dolce, fragile, vera, autentica più di quanto si potesse immaginare. E poi partecipe, simpatica. Lilli era molto di più, così come tutte le attrici di quel genere. Sarò sempre dalla loro parte.
Forse è per questo che non riesco a liquidare quei film con un’alzata di spalle. E mi ricordano che dietro ogni corpo usato per far ridere o eccitare, c’è una persona, ma anche una storia, una verità.

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